- Mi ripeteresti, per cortesia, che cosa facciamo qui? …
- Ci godiamo una bella vacanza, io e te sole! Finalmente lontane dal lavoro, lo stress, il grigio e i capi che urlano tutto il giorno. Non sei contenta? ci divertiremo e passeremo i dieci giorni più rilassati mai vissuti. Ci vogliono proprio a tutte e due, e poi è ora che te lo togli di dosso quel pallore da mozzarella di bufala andata a male!
- See see… pigliami pure in giro… piuttosto, dì la verità: non avevi di meglio da fare che guardare Buona Domenica? E metterti poi a rispondere ai quiz! Non ti riconosco più! Il matrimonio ti fa male…
Cora si ferma. Posso immaginare il suo sguardo a occhi stretti nonostante gli occhiali da sole e il suo sopracciglio sinistro che si alza. Lo fa solo in due occasioni: quando non la convince quello che le sto dicendo o quando mi sta per rispondere con una delle sue tipiche frecciate.
- Senti, ho una bambina di otto mesi che sta mettendo i primi denti, mi fa dormire sì e no tre ore per notte… che pretendi? Quelle poche ore che dorme, persino Costanzo ti va bene per riposare… quindi… comunque sia adesso noi siamo qui, Virginia è in buone mani con i nonni, Orlando lavora come è giusto che sia (quanto sono bastarda a volte!) e noi abbiamo davanti giorni di sacrosanto riposo e liberà. Ma adesso dimmi tu… perché tra le varie possibilità che ci hanno offerto abbiamo scelto Crisopoli? Questa ridente città di bordelli e contrabbandieri?
Mi fermo ad osservare una sorta di bar… o almeno qualcosa di simile. È una casa bassa e grigia. Dal muro, sopra la porta, penzola una “A”. Deve essere tutto ciò che rimane dell’ insegna. Un uomo basso e tarchiato con un braccio legato al collo e un occhio nero fissa i cavi tagliati e bestemmia in spagnolo. Riesco a fotografarlo mentre tira un calcio ad un sasso, sputando per terra.
- Non lo so. Ma quando mi hai mostrato le varie opzioni, qualcosa mi ha spinto a scegliere questa - mi volto a guardarla - …non so…
Quella mattina eravamo state a Ilha Quebrada, un’isola abitata dagli indios. Al villaggio ci muovevamo senza troppo rumore. Il tempo sembrava essersi fermato, e lo spazio stesso sembrava avere una dimensione diversa. Vivere dietro ad una macchina fotografica ti fa osservare il dettaglio. Ogni sfumatura. I tuoi occhi sanno cogliere quello che di solito scorre così veloce da non essere nemmeno visto. “Guardare” e “vedere”: ben pochi conoscono la differenza.
Rientrate a Crisopoli mi sono chiusa in bagno per due ore. Avevo allestito una sorta di camera oscura. Mi piaceva starmene lì da sola. Rivedere quei frammenti di vita impressi sulla carta: “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”, pensava Pavese. E niente come una foto rispecchia così fedelmente questa filosofia.
- Sonia, ci sei?
Esco dal bagno con un asciugamano tra le mani.
- Nemmeno all’equatore ti si può vedere vestita di un colore diverso dal nero, vero? Vabbè… preparati, che ti ho organizzato la serata! Guarda qui!
Cora mi porge un volantino: “Apre il Palom Bar, il locale più trandy dell’Atlantico…non mancate!”. La guardo da sopra gli occhiali e sogghigno… - trandy.… promette bene! - Mi stappa il volantino dalle mani: - non fare la stracciacazzi come il tuo solito, per cortesia, vorrai mica passare tutta la sera chiusa in bagno con i tuoi acidi? Vediamo di intossicarci con qualcosa di più serio! Il tipo che mi ha dato il volantino ha detto che ci può dare un passaggio con la barca fino all’isolotto Esperança e quindi non hai da preoccuparti di nulla, puoi limitarti ad osannarmi!
Il nostro Caronte si chiama Nilton, durante il breve tragitto ci racconta la storia dell’isola e le sue leggende, una in particolare mi ha fatto sorridere: tornare per più di due volte a Ilha Quebrada significa restarci per sempre, questo perché “la bellezza del luogo rapisce l’individuo impedendogli ogni via di fuga”. Non posso credere che nel 2005 ci sia ancora qualcuno che crede alle superstizioni. Sorrido e mi godo la navigazione. Una mano sfiora l’acqua… da quanto tempo non salivo in barca…
Il bar è accogliente, caldo. Il profumo del legno e delle spezie ti avvolge subito. Da un vecchio jukebox canzoni locali. Due barman, Neplan e Nessuno, scopriamo essere italiani; scambiamo qualche parola e ci sediamo vicino alla finestra.
Guardo il mare, placido e silenzioso, bagnato dalla luna. Pace. È tutto quello che riesco a sentire in quel momento. Pace. Dopo tanto tempo non mi sento inquieta, o preoccupata, i miei pensieri possono scorrere placidi come le onde che osservo infrangersi sulla spiaggia. Pace.
Ci sono altri turisti e qualche indigeno. Cora parla con la ragazza del tavolo vicino, anche lei in vacanza da poco, e approdata al bar per puro caso.
Io mi guardo intorno. In un angolo vicino al bancone c’è un trespolo con un pappagallo bellissimo, non resisto e gli scatto una fotografia; la luce non è molta, ma la pellicola dovrebbe essere abbastanza sensibile. L’uccello fa un piccolo volo e si appoggia sulla spalla di Nessuno: scatto un'altra foto mentre lui gli passa un arachide tenendola tra i denti e poi sorride… begli occhi, non c’è che dire.
Alle spalle del bancone una tendina di conchiglie nasconde quella che deve essere la cucina. La sento tintinnare nel momento in cui esce una ragazza: ha in mano quattro piatti e cammina veloce verso il tavolo in fondo a destra. Gli occhi di tutto il locale la seguono. Aggraziata e sinuosa come una ballerina della Scala. Neplan l’osserva a lungo, quasi immobile, e il suo sguardo.… come quelli che hanno i vecchi quando guardano con invida e rimpianto la giovinezza e la purezza dei bambini. Resta fermo ancora qualche secondo, il tempo che mi basta per afferrare con l’obiettivo anche il suo attimo, e poi si rituffa nelle ordinazioni.
- Ebbasta co’ sta cosa… rilassati! - Cora spezza il rincorrersi dei miei pensieri e mi riporta al brusio del locale.
- Ok, ok… adesso smetto e mi godo la serata, promesso.
Nuovamente il fruscio di conchiglie, ma questa volta esce una donna, la cuoca, credo. Arriva con le pietanze che abbiamo ordinato noi. Appoggiando i piatti, si sofferma con lo sguardo sulla Canon.
- Lei che fa? Fotografa le vite altrui perché non ne ha una sua?
Non ho nemmeno il tempo di risponderle. Resto così, come gelata. Non me l’aspettavo e non riesco a formulare la risposta che è già scomparsa, oltre la tendina.
- Ha ragione, stella mia, hai proprio rotto! Ti avevo detto di lasciarla in camera! - Cora me lo dice ridendo, tanto sa che non me ne separo mai. Alzo gli occhi e incontro quelli di Nessuno, sorride e alza una spalla come a dire: - lascia stare… è fatta così!
Ricambio il sorriso, ma ormai è tardi. Non so come ci sia riuscita, ma quella donna mi ha sputato in faccia la verità.
In nessuna foto dell’ultimo anno c’ero io. Ero sempre dietro l’obiettivo a ritrarre la vita altrui, ma la mia ormai l’ascoltavo troppo poco. Quasi per nulla. Ma qui era diverso. Mi sentivo diversa.
Ritorno a guardare il mare. È ancora lì. Rassicurante. Rieccola, la pace.
Un ombra si proietta sul tavolo, Nessuno con il pappagallo sulla spalla e la bottiglia di whisky:
- “Tieni… offre la casa!
- Grazie! Mi hai letto nel pensiero.
Naku, così mi dice di chiamarsi il pappagallo, salta dalla sua spalla al tavolo… il pennuto zampetta verso il mio piatto e arraffa una delle arachidi che decorano la leccornia.
- Ma guarda il furbetto! - dico io, sorridendo. Nel giro di pochi secondi le divora tutte. Sorrido distratta. Le parole di quella donna mi girano ancora in testa.
Naku alza la testa e la inclina da un lato:
- Você se paaaaa-rrrar… Você se paaaaa-rrrar!
Cora ed io ci guardiamo mentre Naku comincia a spiluccare arachidi anche dal suo piatto.
- Ehi… pirata… hai mangiato abbastanza, non credi? - Nessuno lo riprende e lo riaccompagna con la mano alla spalla.
- Você se paaaaa-rrrar: “tu ti fermerai”… dicono che di solito le parole del pennuto si avverano… magari diventerai una nostra cliente fissa, eheh! - dice, accendendosi una sigaretta.
- Oddio… ma tu credi? - ho appena il tempo di formulare la domanda e già mi do della cretina. Se fossi in Italia, nella mia nebbiosa e borghese città, non mi sarei neppure scomodata a pensarci per un minuto. Invece in quel bar, con quell’aria e quei profumi, le parole di quella donna… Qualcosa dentro vacilla e non riesco a dare un nome a quella turbolenza di sensazioni.
- Io? no! ...ma qualcuno qui ci crede ciecamente. Scusa, Neplan mi chiama, se vi serve altro whisky basta un cenno.
- Ehi… tutto bene? Sei più pallida del solito, vecchia mia! - la mano di Cora sulla mia.
- sì… tutto bene. - Torno con gli occhi al mare. Il “mio” mare.
È quasi l’alba quando decidiamo di andare via. Salutiamo i padroni di casa e i pochi nottambuli rimasti. Lo stesso individuo che ci aveva accompagnate la sera prima ci aspetta nel mandracchio per riportarci indietro. Salgo sulla barca e mi sembra già di sentirne la nostalgia di quella sabbia. Il cielo si tinge piano di azzurro e più chiaro e i primi raggi di un sole timido illuminano l’insegna ormai spenta.
A Crisopoli ci fermiamo… scende anche Nilton, il piccolo motore della barca ha bisogno di gasolio. Mi sgranchisco gambe e pensieri. L’aria fresca è così rasserenante... allungo un braccio al fianco cercando la mia compagna, un gesto istintivo ormai.
- Oh cazzo…
- Che succede adesso?
- La macchina fotografica… è rimasta al bar… Cristo! Come ho fatto a essere così cretina…
- Più che cretina, ubriaca… - risponde Cora con uno sbadiglio.
- Devo tornare indietro… devo assolutamente recuperarla!
Nilton si accende un sigaro, e mi guarda di sbieco.
- È sicura signora? Significa tornare per la terza volta.… se non sbaglio – mi chiede con uno strano sorriso.
Già: la terza volta… e non riparti più.
Cora appare improvvisamente seria e anche se non dice nulla so esattamente a cosa sta pensando. L’immagine è molto chiara nella nostra mente: Naku sul tavolo, che mi guarda e china la testa da un lato:
- Você se paaaaa-rrrar... Você se paaaaa-rrrar!!!
Syssa

