I piccoli Houdini


Serata d’agosto. Mare intorno, tanto mare intorno. Stelle in cielo, tante stelle in cielo. E una grossa luna.
Io nel solito locale... sembra quella la meta delle mie vacanze. Con Nessuno che mi parla di musica, seduto con me e Betta, che gioca col ghiaccio del suo Martini. Non le interessa la nostra musica. Nessuno sì che mi capisce! È il giorno di Palace Brothers... o Bonnie Prince Billy, come dir si voglia. Canticchia “I See a Darkness”. Sì, è decisamente più bella la sua versione di quella di Johnny Cash. Betta si lamenta del ghiaccio troppo grande. Che ne sa lei di quello che può nascere da una canzone come “I See a Darkness”? Contrastante con questo locale da Beach Boys. Mi pare quasi di veder entrare la piccola Flo. Io e i cartoni animati. Nessuno non sa che mentre lui canticchia, io penso al sorriso sdentato di quel personaggio che, a dir la verità, mi stava pure un po’ antipatico.
Un grande chiacchierio. Prevale l’esuberanza di Neplan... certo che hanno tutti nomi strani in questo bar! Da Mama a Tiago... ce ne vuole di fantasia! Forse è anche per quello che qui c’è tanta gente. La fantasia. Niente male, no. D’altronde se non fosse per quella, nemmeno io...
Un tonfo. Un uomo è inciampato su quell’asse di legno un po’ sbilenco che sta proprio sotto la trave all'entrata. Steso a terra. Stavo per fare la stessa fine, un’oretta prima. – E figuriamoci! – , aveva detto Betta. Col suo tatto da elefante. E ora mi scappa da ridere per quell’uomo steso a terra. Spalmato a terra, sembra una ranocchia spiaccicata. Se solo ci fosse mio fratello... il mio tatto da elefante. Come quando scendo le scale...
L’uomo si alza, tutto trafelato, ansimante. Deve aver corso. E si guarda intorno, e sgrana quegli occhi rotondi rotondi... non credo di aver mai visto niente di più tondo e lucido. Sembra sporco, arruffato. E ha paura.
Irritante il suo modo di guardarsi intorno, ansioso, sembra avere fretta di scrutare e scrutarmi e scrutare Betta e scrutare Nessuno...
Cerca di ricomporsi. Come se tirarsi giù quella vecchia camicia di lino bianca, che sembra più una sacca di iuta, potesse aiutarlo a rimuovere l’immagine di lui disteso per terra. Come se il gesto gli restituisse la dignità. Che poi, secondo me, quell’asse sghembo lo lasciano sghembo per il gusto di vederci inciampare le persone...
Lo scarmigliato cammina... anzi, sbatte i piedi portandosi avanti, verso il bancone. Nessuna leggiadria. Lo si doveva capire dal tonfo. Continua a sembrare spaventato. E continua a guardarsi intorno. Lo seguiva qualcuno. Non mi spiegherei il fiatone, l’ansia maniacale di osservare tutto e tutti. Trasmette la sua paura. È lui che mette paura.
Si siede al bancone, ma non ordina nulla. C’è solo lui. Sembra esserci solo lui. Il centro di un piccolo cerchio di luce... gli altri cessano di esistere. Ha paralizzato l’intero locale. Ora siamo tutti ad osservare lui. Che ha deciso di sfogarsi sul piccolo contenitore di zucchero di canna. Neplan è interdetto. Tutti coperti dal malinconico sbigottimento di quest’uomo. Perché pare che abbia intinto ogni gesto e ogni sguardo in grossi barattoli di mielosa malinconia, prima di arrivare qui.
Gioca con lo zucchero di canna. Ne ha versato sul bancone. Separa i granelli, li riunisce e fa un buchetto al centro col dito. Di nuovo separa i granelli e di nuovo li riunisce, e ancora in un gioco convulso. Comincia a borbottare. Il suo borbottio risuona nel locale, nonostante i Beach Boys e Palace Songs...
Finalmente chiede qualcosa. Non so cosa, non ho sentito. Gli arriva un bicchiere scuro. Forse whisky. Sicuramente whisky. Beve piano: ero convinta che avrebbe tirato giù tutto in un sorso!
E nel frattempo continua a borbottare. Affoga i dispiaceri, forse. I pensieri. Ma tanto quelli... glieli vedo tutti intorno, fradici, a fargli linguacce. Tutti che puzzano di whisky. I miei puzzerebbero di orzata... sono proprio scema.
Si blocca, l’uomo. Il bicchiere nella mano destra, leggermente inclinato. E la mano sinistra che schiaccia i granelli di zucchero di canna. Sorride sarcastico e comincia a cantare... tutti gli altri son cattivi, pressoché poco disponibili, miscredenti ortodossi, di aforismi perduti nel nulla... la voce gli viene a mancare, gli si strozza in gola. Tossisce... troppo fumo. Continua a tossire, tossire, tossire... Nessuno si alza dal nostro tavolo, in un impeto di altruismo. Ma quello lo tiene lontano. Gli vien fuori l’anima. E poi basta, si blocca di colpo, si guarda i piedi. Sospira. Il peggio è passato, sembra dirsi. In realtà gli parte una scossa proprio dai piedi, che gli scuote le membra. Lo dicono i suoi occhi. Ancora più tondi e sporgenti, per quanto possibile... non credevo che ci sarebbe riuscito! Urla e scappa. Non ha pagato. Certo che non me la fa passare niente, la logica!
Nessuno e altri due vestiti da americani in vacanza lo seguono. Io non ho il coraggio di uscire. Lo vedo dalle vetrate, di fronte al mare. Urla ancora, con le mani in alto, ma la testa dritta. Non guarda il cielo, chissà perché. Eppure dovrebbe venir naturale. Smette di urlare e parte un lamento, come di cani straziati. Si guarda di nuovo i piedi, come fosse una resa, e va via, senza ombra, nonostante la luna. Ci avrà provato con l’oceano. Dopo il whisky, l’oceano. Ma quelli sono piccoli Houdini: li puoi legare con catene spesse quattro dita, in grosse casse e buttarli via lontani... il tempo di voltarti e sono di nuovo intorno a te, bagnati fradici, che profumano di salsedine e che ti fanno linguacce. Non è passato, il peggio. Loro tornano e lui torna ancora. Sempre inseguito e sempre delirante, irromperà di nuovo. Come evitarlo? Ti piomba così all’improvviso. E non c’è Bonnie Prince o Will Oldham che tenga. Forse nemmeno Tom Waits. Anzi, soprattutto Tom Waits...
Per Betta non c’è nemmeno più il ghiaccio. E io voglio tornare a casa.
Grazie comunque, Nessuno.


Scemozza