L'ultima notte


H 6.00.
Finito. mi avvicino alla moka per una tazza di caffè, l'ennesimo. Mi affaccio dal balcone. Prima alba del nuovo giorno. Il mare di Otranto appare cristallino questa mattina. In lontananza, solo le barche dei pescatori che rientrano al porto.
Dopo un intero week-end trascorso a ricomporre gli appunti del viaggio, finalmente l'articolo è pronto e con un clik è già in redazione.
Sono già passati tre giorni dal mio ritorno dall'Ilha Quebrada, ma riesco a sentire distintamente quegli odori.
La leggera brezza smuove i miei capelli e in un attimo sono lì. Di nuovo.
Quella era l'ultima notte che trascorrevo sull'isola. Il Palom bar era ormai vuoto. Tamburellavo con le dita sul mio bicchiere di rhum. Neplan, dietro al bancone, riordinava distrattamente i bicchieri sulla mensola. La sua mente era altrove. Il juke-box suonava un brano di John Coltrane.
Mi avvicino. Siedo su uno sgabello. Mi guarda. I suoi occhi sono spenti. Lo sono spesso da quel giorno. Versa il liquido ambrato in due bicchieri. Beviamo. Poi in un attimo siamo fuori.
Passeggiamo l'una accanto all'altro sulla battigia. L'acqua bagna i piedi nudi. Neplan si ferma ad osservare il mare, quello stesso mare nero che pochi giorni prima gli aveva restituito Nina. So quello che il suo cuore prova, ne abbiamo parlato durante il mio soggiorno. Comprendo la sua voglia di non rivangare l'argomento e taccio.
Ci sediamo in riva al mare. Ad illuminarci, solo la grande luna.
Mi chiede a che ora ho il volo e aggiunge che sarebbe felice di accompagnarmi all'aereoporto il mattino seguente. Sorrido.
I suoi occhi scuri sono ancora più profondi, illuminati dal bagliore della luna.
L'odore del mare è intenso e piacevole.
Da quando ero arrivata all'isola, circa due settimane prima, avevo avuto sempre il forte desiderio di tornare in Italia. Quel viaggio era giunto inaspettato e, proprio in quelle ore, Luca stava portando via le sue cose.
E' strano come alle volte i gesti parlino molto più delle parole. Neplan prende tra le sue le mie mani. I suoi occhi scintillano.
Quella notte mi chiese di restare con lui, perchè il silenzio cominciava a fare troppo rumore e la mente non era pronta ad assorbirlo tutto.
Quello che permaneva era solo il rumore delle onde che si infrangevano sulla sabbia bianca. Di noi non restavano che le lenzuola di un letto disfatto e un biglietto che ho ritrovato solo questa mattina in borsa, che recitava: "grazie. N"



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