Aprosdocheton


Ho immaginato spesso come potrebbe essere trovarsi in situazioni strane, curiose o improbabili. Ora, aggrappata a un salvagente arancione, in balia delle onde, delle correnti e della furia del vento nell’oceano vicino a Janquelas, capisco che tutto ciò va ben oltre la mia immaginazione. E anche se sembra una di quelle situazioni a metà tra il melodrammatico e il romantico e la mia mente già si proietta a immaginare i possibili scenari e sviluppi di una simile situazione, vi assicuro che di romantico c’è ben poco quando avete il corpo gelato, i vestiti che vi impediscono i movimenti necessari per restare aggrappati all’unica vostra ancora di salvezza e la mente impegnata a non pensare alla conclusione più ovvia della vicenda.
Così mi impedisco di riflettere su quanto sta accadendo e mi trovo a ripercorrere mentalmente tutti i casi che hanno fatto sì che mi trovassi proprio su quel barcone, quello che è partito per ultimo dall’Ilha Quebrada, quando ormai la tempesta era annunciata e come sia possibile che sia capitato proprio a me, di essere sbalzata fuori e finita in mare, e di come sia incredibile che mi sia ritrovata aggrappata a questo salvagente e che nessuno però si sia premurato di provare a ripescarmi.
Ma forse dovrei chiedermi soprattutto come ci sia arrivata, sull’Ilha e cosa mi ha spinto a tornarci tutte le sere del mio breve soggiorno a Janquelas.
Nell’era della globalizzazione le notizie viaggiano veloci, soprattutto se si tratta di gossip: può forse sfuggirci l’ultima notizia di cronaca estera ma la notizia di un bar fondato su un isolotto disabitato dall’altra parte del globo ha avuto una certa risonanza in Italia con doverose citazioni da parte della stampa, una breve comparsa in tv e un discreto tam tam internettiano.
Se ti trovi in zona, non puoi non passare dal Palom Bar e andare a vedere coi tuoi occhi se quel che si dice in giro sui due eccentrici italiani che lo gestiscono ha fondamento.
Così ho deciso di andarci ad ogni costo, spinta dalla curiosità e da una buona dose di incoscienza: avevo voglia di fare qualcosa di diverso dal solito, qualcosa che fino a quel momento non avrei mai pensato di avere il coraggio di fare.
La scelta della compagnia per questo viaggio è caduta sulla mia migliore amica. Trascinarla fino all’altro capo del globo è stato abbastanza facile: la mostra di un artista molto quotato e molto stravagante - che ha scelto come location una grossa città vicino Crisopoli - è stata sufficiente a convincerla a intraprendere il viaggio.
Ma non a venire fino al bar. Nonostante le mie insistenze, non ha ceduto. Secondo la corposa guida che si è portata dietro e che non molla per un secondo, nei paraggi ci sono un sacco di cose più interessanti da vedere.
Ora che sono a mollo nell’oceano e lotto con le onde per tentare di riavvicinarmi a riva, anche se non mi trovo d’accordo sul fatto che ci siano cose più interessanti da vedere, sono costretta ad ammettere con me stessa che forse avrei fatto meglio a darle retta, che magari una volta sola sarebbe stata più che sufficiente.
A dire il vero, dopo la prima sera, pensavo che non ci avrei messo più piede. Non per via di quella buffa superstizione di cui ho sentito parlare, ma piuttosto per ciò che mi è accaduto.
Ero approdata all’isola nel tardo pomeriggio e avevo passato un po’ di tempo sulla spiaggia, con l’intenzione di aspettare il tramonto prima di entrare nel locale.
Era ormai il crepuscolo quando mi ero decisa a varcare la soglia: il locale aveva ormai cominciato a riempirsi di gente che pareva arrivata da ogni angolo della terra.
Mi ero appollaiata su uno sgabello vicino al bancone un po’ in angolo, in modo da poter osservare il via vai di persone senza essere troppo in vista.
Dalla mia comoda visuale ho potuto gustarmi una divertente scenetta: una bella donna, truccata e vestita in modo vistoso stava facendo una scenata in piena regola a un uomo attempato che se la rideva sotto i baffi, mentre stringeva a sé con aria possessiva e tutt’altro che paterna una ragazza - anch’ella pesantemente truccata -che poteva avere al massimo 16 anni.
Proprio mentre ero palesemente intenta a farmi i fatti altrui, un uomo dietro al bancone mi aveva chiesto cosa desideravo bere.
Imbarazzata, avevo biascicato la prima cosa che mi era venuta in mente: “Margarita”.
Prima che potessi cambiare idea e ordinare una birra, il drink era pronto. Stavo per portarlo alle labbra quando si era avvicinata un’india di mezz’età dall’aria severa, che mi aveva sfilato il drink di mano, porgendomi invece una mezza noce di cocco con l’espressione di chi non ammette repliche. Allibita, avevo lanciato uno sguardo all’uomo che pochi secondi prima mi aveva servito il drink: lui si era limitato a scrollare le spalle, come se la faccenda non lo riguardasse. Mentre bevevo diligentemente quello strano miscuglio a base di latte di cocco e di qualche altro succo di frutta - peraltro molto buono e dissetante – mi domandavo tra me e me se era prassi abituale di questo bar non accontentare i clienti.
Che le fossi sembrata troppo giovane per bere? Certo, la maggior parte delle donne presenti erano tutte truccate - chi più chi meno pesantemente - ma ce n’erano anche alcune vestite in maniera molto semplice. E che dire della ragazzina di prima, intenta a scolarsi quello che aveva tutta l’aria di essere un rum?
Forse mi aveva visto mentre raccoglievo conchiglie sul bagnasciuga prima di entrare al Bar?
Ne ho raccolte anche oggi, ma il mare ha fatto presto a riprendersele, assieme alla mia borsa e a molto altro: se riuscirò a scampare alla furia dei venti e delle correnti sarà già molto riuscire a non perdere i vestiti.
Aggrappata al salvagente comincio nuovamente a temere il peggio: mi sento stanca morta e nonostante tutti i miei sforzi la riva sembra sempre più lontana e le onde sempre più alte.
Non è detta l’ultima parola, mi ripeto. Devo solo resistere, prima o poi la tempesta si dovrà placare. Non devo pensare che andrà male. Andrà bene, anche se sembra una situazione disperata. Non devo mollare. Devo pensare a qualcosa. Accidenti ma perché sono tornata una seconda volta al Bar?
Forse è stata la bellezza del luogo? O forse perché volevo saperne di più dei personaggi che si muovevano nel bar? Per esempio chi è quella bellissima ragazza che serve ai tavoli?
Non l’avevo sentita pronunciare una sillaba né la prima sera, né la seconda quando mi aveva servito - senza che nessuno mi avesse chiesto cosa volevo - lo stesso cocktail analcolico della sera prima. A quanto pare era diventato il mio cocktail ufficiale.
Seduta nello stesso posto strategico, avevo rivisto il vecchio pappone della sera precedente che andava accompagnato alla giovane ragazzina. Nessuna traccia della donna. A quanto pareva, era stata la giovane ad averla vinta, qualunque fosse il motivo della discussione.
A differenza delle altre ragazze che avevano un’aria triste e rassegnata mentre accompagnavano uomini più o meno vecchi - tutti accomunati dall’aria lasciva - questa aveva due occhi furbi e birichini e un’aria nonostante tutto scanzonata. Vestita con un abito da sera argento sgargiante e di pessima fattura - assai poco coprente - continuava a pavoneggiarsi per il locale, muovendosi sinuosamente sui tacchi alti per attirare gli sguardi di tutti gli uomini presenti. Evidentemente il suo passatempo preferito era quello di suscitare la gelosia del vecchio e l’invidia degli altri.
Ad un tratto qualcuno aveva scelto dal jukebox una canzone lenta e lei, trovandosi al centro del locale, si era messa a ballare con movimenti sensuali.
Si era creata tanta elettricità nel locale che sarebbe bastata a tenere accesa l’insegna luminosa del bar per almeno un anno.
Distrattasi a guardare l’effetto che suscitava sugli uomini e sulle donne (molte delle quali avevano un’aria feroce), la giovane aveva dimenticato di guardare dove mettere i piedi e uno dei sottili tacchi si era incastrato tra le assi di legno del pavimento.
Il crack del tacco che si spezzava in due non si era tardato a sentire, proprio mentre la sinuosa ballerina stava muovendosi in maniera particolarmente provocante.
Già vedevo un sorriso di soddisfazione e malignità stamparsi sulla faccia della maggior parte delle donne presenti – ammetto che pure a me è scappato un sorriso divertito, perché la scena era piuttosto buffa – quando la ragazza, con grande nonchalance ha infilato l’altro tacco nella medesima fessura e l’ha spezzato di proposito, così che entrambi i sandali ora erano nuovamente della stessa altezza. Finita la musica si è poi diretta con calma al tavolo del vecchio e si è tolta i sandali appoggiando il piede sul bordo di una sedia, con finta noncuranza.
Questo gesto ha messo a dura prova le coronarie di molti – uomini e donne indifferentemente, anche se per motivi ben diversi.
Quando è stato il momento di andarsene si è diretta alla barca a piedi nudi, facendo dondolare i sandali in una mano, sculettando con aria trionfante.
Un’onda gelata che mi sbatte con violenza in piena faccia e mi sale su per il naso, mi distoglie per un attimo dai ricordi e mi riporta al presente.
Mi stringo con tutte le mie forze al salvagente arancione, perché vedo un’onda ancora più alta che presto si abbatterà su di me.
Faccio appena in tempo a trattenere il respiro, che l’onda mi solleva e poi mi rigetta sott’acqua, spingendomi con una forza che mi pare immensa, mentre con le residue forze mi tengo con forza al salvagente, non riesco neppure a muovere le gambe, non provo neppure a contrastare la potenza dell’onda ma aspetto che passi per tentare di riemergere. Anche se i polmoni mi stanno per scoppiare.
Ossigeno!
Ah, finalmente riesco a respirare!
Sento la stanchezza persino nel tenermi aggrappata al salvagente, ma so che non posso lasciarlo. Almeno l’onda mi ha avvicinato un po’ a riva, ora riesco a vedere i contorni dello strano totem che ho notato la prima volta che sono approdata sull’Ilha. Il fuoco che gli altri giorni vi sfrigolava è però ormai spento, a causa del temporale che ancora imperversa.
La scritta luminosa del bar non riesco a scorgerla, forse sono troppo lontana o forse con il temporale viene spenta. Avrei preferito avere una luce che mi guidasse, che mi permettesse di capire quanto ancora sono lontana dalla spiaggia, ma pazienza, devo solo resistere un altro po’. Sì, non devo pensare alla fatica, al freddo e alla stanchezza, devo pensare che prima o poi finirà questa tempesta e che qualcuno mi verrà a ripescare e mi riporterà a terra, magari proprio al bar, dove chiederò il solito.
Già, il solito.
Ho detto proprio così, la terza sera che sono entrata nel locale.
Quando ero arrivata, Neplan – così l’avevo sentito chiamare da qualcuno la sera prima – stava dietro al bancone. Prima ancora che mi chiedesse cosa volevo, avevo detto con sicurezza, cercando di trattenere un risolino: “il solito”.
Aveva ghignato, probabilmente ricordandosi la fine che aveva fatto il mio drink la prima sera e mi aveva preparato l’analcolico.
Mentre sorseggiavo la bibita avevo notato con rammarico che tra gli avventori non c’era la giovane prostituta, ma non avevo nemmeno fatto in tempo a cercare un qualche altro soggetto interessante su cui spostare la mia attenzione che lei stava facendo il suo ingresso trionfale con studiata lentezza. Che tempismo!
Indossava un abito blu, cortissimo e luccicante, coperto di paiellettes grandi come monete e un paio di sandali ancora più alti della sera precedente. Era andata a sedersi a fianco del vecchio, che era intento a giocare a soldi con un ragazzo abbastanza giovane dall’aria sprovveduta. Fino a quel momento la partita era stata abbastanza equa, con il giovane che forse era riuscito a vincere qualcosa di più ma non troppo.
L’arrivo della ragazza, lungi dal distrarre il vecchio, gli era stato propizio: aveva avuto quattro mani fortunate e il giovane pareva avere poche chances di tornare a casa con la camicia.
La ragazzina, seduta praticamente in braccio al vecchio, pareva giubilante e aveva esclamato qualcosa che penso significasse “sono il tuo portafortuna!” all’indirizzo del pappone.
Ricordo che è stato in quel momento che è iniziato il temporale e che molti dei clienti hanno cominciato ad allontanarsi. Io però ero troppo curiosa di come sarebbe finita la partita, per pensare di andarmene.
Dopo alcune mani la fortuna del vecchio pareva essere svanita: il giovane aveva cominciato a vincere a una velocità abbastanza sostenuta, fino a rifarsi di tutto ciò che aveva perduto. Non proprio lealmente dovrei dire. Le moine della ragazzina al pappone nascondevano evidentemente un codice per il giovane, che dopo aver finto di perdere aveva cominciato a prendere gusto nel vincere. Così tanto gusto che non si era accorto che uno dei gorilla del vecchio aveva cominciato a insospettirsi e a osservare ogni gesto e movimento dei due giovani con molta attenzione. Di colpo si era avvicinato al vecchio e aveva cominciato a parlargli: indicava col dito la ragazzina con aria accusatoria. Il vecchio aveva cominciato a guardarla in maniera sospettosa, ma lei non era né arrossita né impallidita (sarebbe stato difficile farlo, con tutto quel cerone) e si era scagliata contro la guardia del corpo, gridandogli in faccia una lunga serie di improperi. Non avevo idea di cosa stesse dicendo, ma mi dispiaceva che fosse nei pasticci. Ormai il locale era semivuoto, fuori il tempo stava peggiorando e uno dei barconi che portava al porto di Janquelas stava partendo in quel momento. Sarei stata ancora in tempo per prenderlo, se avessi fatto una corsa, ma la ragazzina pareva in difficoltà e io volevo aiutarla.
Ma cosa potevo fare? Non capivo una parola e mettermi in mezzo non mi sembrava una grande idea.
Fingendo di dirigermi verso il jukebox, ho cominciato ad avvicinarmi al tavolo senza sapere ancora cosa avrei fatto quando l’avrei raggiunto, di lì a 3 secondi.
Un tuono improvviso e potentissimo, seguito da un lampo accecante aveva risolto il problema: per lo spavento con un balzo avevo rovesciato una sedia che aveva urtato a sua volta il tavolo dove si stava giocando la partita, mandando le carte all’aria.
Mi avrebbero volentieri fatto fuori, ma penso che non avessero capito che si trattava di un finto incidente visto che il mio spavento era completamente autentico!
Inoltre era chiaro a tutti che la tempesta si sarebbe abbattuta prestissimo sull’isola e perciò bisognava andarsene subito, pena restare lì fino a quando non si sarebbe placata.
Eravamo saliti tutti in fretta e furia sull’ultimo barcone, che si era allontanato per ultimo dall’Ilha.
Chissà quante ore erano passate? Era tardi, forse le 3 di notte. O forse più tardi.
Continuavo a non ricordare come fosse stato possibile che solo io cadessi fuori dal barcone. Se mi avevano lanciato un salvagente, vuol dire che si erano accorti che ero caduta in mare. Allora perché non tentare di recuperarmi?
Del resto è inutile rimuginare, mentre sei a mollo nell’oceano e le forze della natura infuriano, meglio risparmiare le forze e stare aggrappata all’unica speranza di salvezza.
Chissà quanto tempo è passato... da quando sono caduta in mare? A me sembrano almeno 5 ore, ma temo che sia molto molto meno. Forse sarà un’oretta. Ma io non ho più molta forza.
La spiaggia però mi sembra più vicina e le onde un po’ meno forti. Chissà, forse potrei tentare di sfruttarle per avvicinarmi ulteriormente a riva, si tratterebbe solo di un piccolo sforzo.
Posso farcela.
Certo che posso farcela.
Ecco, piano. Sì, sono un po’ più vicina. Un’onda ogni tanto vanifica i miei sforzi, eppure sembro aver trovato un modo abbastanza efficace per avvicinarmi alla spiaggia.
Un ultimo sforzo. È vicinissima, mi basta un ultimo sforzo.
Un’onda più potente delle altre mi sbatte con violenza sul bagnasciuga.
Pian piano la tempesta si placa e le onde si fanno più dolci.
È l’alba, un’alba rosata coronata da un arcobaleno quando un uomo si avvicina al mio corpo steso ancora sulla riva.
Le mie braccia stringono ancora il salvagente, un’onda gonfia la mia gonna rossa e un paguro dispettoso si sta arrampicando indisturbato sulla mia gamba destra.
L’uomo si avvicina, mi accarezza la fronte e mi passa una mano sugli occhi, chiudendoli, mentre guarda all’orizzonte l’alba coronata di arcobaleno che io non potrò mai più contemplare.




Fine







Come? Non ci credete?
Come sarebbe a dire, il narratore sono io perciò decido io quand’è la fine!
Dite che non è politically correct finire con la propria morte?
Ma come, è il colpo di scena finale! Potrò avere almeno un finale da eroina romantica, anche se sono stata condannata a bere succo di frutta no?
Com’è possibile che io sia morta, se sono io la voce narrante?
È un espediente letterario… non sono certo la prima a usarlo e non sarò l’ultima! Certo, magari altri l’hanno usato in maniera migliore ma del resto è solo uno dei miei primi tentativi e…
Volete sapere com’è andata a finire veramente?
Potrei anche accontentarvi, ma poi non lamentatevi.

L’uomo mi si avvicina, mi accarezza la fronte e mi scuote con delicatezza.
Mi sveglio dal torpore in cui ero caduta, sono ancora parecchio confusa.
“Dove sono?”
“Al sicuro. Come ti senti? Bevi un sorso di questo, ti farà bene”
Mi passa una fiaschetta e io mi ricordo che - nonostante sia stata a mollo per ore - ho sete, ma tanta, e mi attacco alla bottiglia: anche se le labbra spaccate dalla salsedine pizzicano, ho bisogno di bere.
“Piano, no aspetta, non bere così…”
Sento un bruciore che mi attraversa lo stomaco e mi arriva fino alle dita dei piedi.
“Tu chi sei?”
“Sono Nessuno.”
Se fossi più lucida coglierei un certo non sense nella situazione e magari pure un qualche ascendente omerico, ma al momento non sono in grado di simili finezze speculative.
“E tu come ti chiami?” mi chiede lui.
“Mmm… …mmmmmburgle!!!”
D’ora in avanti mi limiterò al succo di frutta.
Chiunque dovrebbe sapere che non si offre un liquore potente a una fanciulla che ha bevuto una buona dose di acqua salata.
Nessuno lo sa, ora. Penso che d’ora in avanti mi offrirà solo succhi di frutta pure lui.
Troverò il coraggio per tornare sull’Ilha ora che la mia reputazione è definitivamente rovinata?
Ma soprattutto, riuscirò a lasciarla, ora che ho visto i colori di questa alba splendente?
Considerando che i miei documenti sono da qualche parte in fondo all’oceano, potrebbe non essere così facile…


LimpidaNube