"Non tornerai"


Non avevo niente con me, tranne il vestito e le sigarette.
Aspirai l'ultimo tiro dal mozzicone e lo sotterrai nella sabbia bluastra, mentre il sole era già scomparso sull'oceano ormai nero. Il cielo non era sereno, di lì a poco si sarebbe scatenata la pioggia fine e continua che veniva da sud.
L'ultima pioggia che avrei visto a Ilha Coraça, perchè avevo deciso che sarei partita, nonostante le suppliche di Oginha. No, avevo sorriso, non c'era più niente qui per me, tanto valeva partire e cercare altri mondi, altre persone, un'altra vita, che non fosse più la mia. Perchè era questo che volevo, un'esistenza che non mi appartenesse.
Respiravo l'aria fresca dal mare e affondavo i piedi nel tiepido terreno instabile, e mi lasciai cadere, senza curarmi del vestito stroppicciato, né della sabbia sulle gambe.

- Sei arrivata? -, mi domandò Oginha, avvicinandosi alle mie spalle.
Non lo guardavo, ma lui era sempre uguale. Pantaloni verde sbiadito, sandali in cuoio informi e sigaro acceso e spento tremila volte, ridotto a una poltiglia di tabacco e saliva. Feci una smorfia.
- Non potevo rifiutare l'invito, ero curiosa. Sono davvero riusciti a risistemare la baracca? -, gli chiesi a mia volta.
Poggiò la mano sulla mia testa e si sistemò vicino a me.
- Sì, ce l'hanno fatta. Hanno perfino l'insegna al neon. "Palom Bar". -, disegnò una striscia nell'aria con le dita, mentre si stringevano attorno al sigaro.
Bene, mi dissi, qualcuno ha avuto il coraggio di scegliere e prima o poi ce l'avrò anch'io.
- Ma chi sono? -, mi girai verso di lui, che fumava e guardava le nuvole che si addensavano piano, avvicinandosi alla costa.
- Due italiani figli di puttana. -, sorrise. - E poi c'è Mama e Nina. -
- Mama è qui? Sono davvero due figli di puttana..-, alzai un sopracciglio.
Gli occhi tristi di Oginha si posarono su di me e mi toccò un braccio con la sua mano pesante e callosa, da lavoratore instancabile qual'era.
- Sei sicura di voler andare via? Ci mancherai, al paese. Spero che tornerai, un giorno o l'altro, così non andrai più via. -
La terza volta. Non c'avevo pensato.
- Superstizioso di un indio! In ogni caso, non tornerò. -, gli sorrisi.
Mi alzai e pulii il vestito dalla sabbia appiccicata. Gli tesi la mano.
- Dai, andiamo, voglio conoscere i pazzi che hanno trovato qui la loro fortuna. -
Si alzò e mi scompigliò i capelli.
- Sì, senhorinha. Ti piaceranno. -

Ci avvicinammo alla piattaforma coperta, ascoltando le note di un piano malinconico che vibravano nell'aria. Vidi qualche persona raggruppata attorno allo strumento e mi misi a camminare dietro Oginha, come se fosse lui il padrone di casa.
- Ragazzi, eccoci -, disse, facendomi passare di fianco.
La musica si fermò e un gruppo di occhi incuriositi si posò su di me, silenziosi.
- Lei è Diana, l'ho convinta a venire qui. -, continuò la mia guida.
Il pianista si alzò e si avvicinò con la mano tesa. Gli altri entrarono nel bar.
- Piacere, sono Neplan, benvenuta al Palom Bar. -
Non sorrise, soltanto mi guardò con gli occhi scuri e la bocca appena schiusa.
- Io sono Diana.. piacere. -, risposi, abbozzando un sorriso cieco.
Mi lasciò passare per prima, mentre lui e l'indio confabulavano dietro di me.
L'atmosfera nel locale era rilassata. Un juke box suonava sottovoce nelle orecchie delle poche persone presenti e un pappagallo saltellava qui e là sul bancone, seguito attentamente con lo sguardo da Nina, che preparava un vassoio di piña coladas.
Mi avvicinai e sorrisi alla ragazza, che mi guardò prima di portare le bevande ai tavoli.
- Che carino -, dissi, sedendomi s'uno sgabello del bancone. - Come si chiama? -
- Naku. -
Alzai gli occhi, per guardare chi aveva parlato, e vidi un uomo poggiato allo stipite della porta che portava alla cucina; non era un indio, e nemmeno Neplan, che s'intratteneva con Oginha e Tiago.
- Si chiama Naku e pare che preveda il futuro.. -, disse, prendendosi un bicchiere di rum.
- Davvero? -, dissi io meravigliata, accarezzando il dorso del pennuto.
- Naaah.. tutte balle.. -, negò il mio interlocutore, gustando il liquido ambrato.
Il pappagallo mi guardò con l'occhio vispo e la testa piegata di lato.
- Não...voltaaaar... -, gracchiò.
- Lo speri anche tu, eh? -, sorrisi.
L'uomo si appoggiò al bancone, e mi trovai davanti due occhi scintillanti. Ci vidi malinconia e non so cos'altro. Eppure c'era dell'altro, anche nel sorriso sornione su cui si aprirono le labbra sottili e scure.
- Io sono Nessuno. Lei come si chiama? -. Il suo bicchiere era adesso vuoto.
- Diana.. -, riuscii a dire, prima che la musica alzasse il volume e qualcuno mi trascinasse in pista.

Qualche ora dopo, scatenati ritmi latini uscivano ancora dal juke box e la luce rosata delle lampadine si rifletteva sulle collane di conchiglie alle pareti.
Mama era uscita dalla cucina e dimenava i fianchi assieme a Nina, che si muoveva nel leggero vestito di lino e rideva muta a Naku, appollaiato sul suo braccio; Tiago e altri se la giocavano a carte, ridendo fra rilanci di denaro e bicchieri ricolmi di alcolici. Neplan, al centro della sala, doveva vedersela con due brunette caraibiche, e noi tutti intorno battavamo le mani al colorato trio d'improvvisati ballerini.
Un istante e sentii i suoi occhi su di me. Lo guardai. Mi guardava. Da lontano, con quel maledetto bicchiere di rum in mano. Si diresse verso di me, mi sorpassò, uscì dal bar.
I miei piedi erano piantati sul pavimento, ormai non sentivo più la musica, né vedevo le persone che mi stavano intorno. No, non dovevo seguirlo, era quello che voleva lui. Essere seguito, fermato.
Eppure sapevo che dovevo andare, perchè sarei partita e non avrei rivisto mai più quell'isola, né i suoi occhi, o la sua bocca, le sue mani..
M'incamminai fuori quasi senza accorgermene e lo trovai lì, al termine della pedana.
Sospirai profondamente.. "Cosa sto facendo", pensai, mentre lo raggiungevo.
Non ci guardammo, non uscì una parola dalle nostre bocche. Mi prese solo per mano ed iniziammo a camminare sulla spiaggia. Nella notte ormai scesa.

Proseguimmo in riva al mare, sempre in silenzio, fino a quando fummo lontani dal bar, dalla musica, anche dal ricordo di chi si divertiva. Avevamo raggiunto un'altra riva dell'isola, distante dalla vegetazione. Il deserto in riva al mare.
Ci sedemmo poco distanti dall'acqua, che sembrava allungarsi solo per sfiorare i nostri piedi, senza riuscirci.
- Sei tu? -, mi chiese, tenendo la mia mano nel suo palmo, come una conchiglia da rimirare.
Guardai il suo viso, corrucciato, alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare, intenzionato a dimenticare qualcosa che riaffiorava di continuo nella sua mente.
- Quella ch'è per sempre? -, gli sorrisi, obbligandolo a guardarmi negli occhi.
- Quella che rimane dentro per sempre. -, continuò, intrecciando le sue dita alle mie.
Restammo così a guardarci, con la continua risacca vicino a noi, finchè ci sdraiammo uno di fronte all'altra. Era impossibile non guardare quell'espressione seria, che trovava il principio di vita negli occhi in cui bruciava una piccola fiamma. Non so cosa provavo in quei momenti, ma era come se avesse bisogno di me per alimentare quel fuoco che stava per spegnersi.
Lo baciai, semplicemente, in un impeto di conforto e tenerezza. Non c'era malizia, né pena.
Posò la mano sul mio fianco, mi strinse, senza staccare la sua bocca dalla mia; le sue bellissime labbra colore del granato, sanguigne, che sapevano di fragola.
Riaccesi il fuoco assopito e il contatto con la sua pelle scatenò i sensi.
Facemmo l'amore su quella sabbia ancora tiepida, con una falce di luna chiara che illuminava i nostri corpi abbronzati e il mare che mormorava il suo perpetuo canto tra le onde.
Il primo raggio di sole ci trovò ancora lì, mentre carezzavo la sua testa poggiata al mio ventre, come un bambino insonne.
Non sapevo se sarei rimasta dentro di lui per sempre, ma quella notte avevamo condiviso qualcosa in più che il semplice desiderio. Eravamo come due anime che si erano riconosciute, ma che non potevano restare insieme. Avremmo dovuto vivere lontani, con la sola consapevolezza che dall'altra parte del mondo ci sarebbe stata la parte mancante di noi stessi.

Tornammo alla spiaggia del bar, senza pronunciare una parola, ma con la testa che esplodeva di pensieri. Mi teneva ancora la mano e avrei voluto non lasciarla mai più.
La porta era aperta, Oginha si stava stiracchiando sulla soglia, Tiago e qualcun altro aveva dormito sulla sabbia. Mama stava riassettando il locale. Neplan era a letto, distrutto dalle danze.
Il mio amico indio venne verso di noi.
- Allora, Diana, si parte? -, mi domandò, recandosi alla sua barchetta senza aspettare la mia risposta.
Lo guardai salire e accendere il suo sigaro. Una nuvoletta azzurra lo avvolse e scomparve.
- Ci siamo… -, mi sforzai di sorridere a Nessuno.
Mi accarezzò la guancia con le dita sottili e mi baciò dolcemente.
- Sei tu. -, disse, lasciandomi la mano.
Gli sorrisi e mi diressi alla barca, senza dire niente. Non serviva parlare. Sapevamo già tutto.
Partii com'ero arrivata, avevo ancora niente. E adesso anche Nessuno.


Joy