Rendez-vous


Guardando la porzione di spiaggia sgombra tranne che per piccole macchie sparse di cespugli e di erba verdastra, seduto con i talloni attaccati al pavimento con le gambe tese accavallate e seduto davanti al tramonto cupreo che divampava l’orizzonte al ragazzo parve di sentirsi invadere da una antica sensazione che da una regione del petto cominciò ad irraggiarsi violentemente come estratta da insondabili profondità tra carne e ossa. Di quella giornata infuocata da smarrimenti e più ruvide evidenze dopo quattro sigarette in quindici minuti non rimaneva che un nero livido ricordo, come del sole, che rapidamente colava nel nulla pari a una falce sanguinolenta là dove il cielo defluisce nel mare. Chiamate a raccolta tutte le ragioni che l’avevano portato al Palom Bar non una sopravviveva al fuoco di fila azionato nella sua testa, incrinate come sagome opache prive di senso rattrappite nella chiarezza accecante e inflessibile dell’indifferenza.
Aveva fiondato il suo messaggio in bottiglia tra i flutti e ancora schiumante era stato raccolto nella rete da Sabrina, che ora stava aspettando, seduto inchiavardato alla seggiola di ratan sotto il portico del bar.
- tentami - le aveva detto
- tentami, dai, per l’eterogenesi
- chi sono lo vedrai - le aveva detto.
Incassate le parole come cambiali, sembrate un’evidente coincidenza, come sempre succede alle persone di poco talento, che preferiscono pensare di aver deciso il proprio destino ancora prima di venire al mondo, si trovava ora sotto il portico avvinghiato alla sua rabbia.
- Di nuovo, pensò.
Nella marea incalzante della memoria luccicò l’immagine di un’estate lontana. Pensò a Luca, all’ultima volta che s’erano visti, a Luca che ormai sarà schiantato da qualche parte, che so, contro un camion della spazzatura; il giorno prima aveva avuto sue notizie, sua sorella, grosse poppe ed una fama presto deflorata - l’occasione di verificare l’aveva avuta, ma tant’è, il buonismo è sempre stato un suo difetto - sua sorella, passava a Sesto dopo il lavoro, “prendiamoci un caffè!”, ed eccola dietro il banco, davanti le poppe, un po’ più magra, un po’ cresciuta (la sua fama risaliva all’epoca della scuola media), che dice - …lo sai, Luca ha fatto un incidente, e pensa che aveva deciso pure di prender la patente, ha messo da parte mesi di stipendio da cinese per una Yamaha sette-e-cinquanta, dopo poco, un mese, sul cavalcavia di San Fruttuoso, è volato di sotto, è tutto ingessato, adesso sta a casa, a letto. Luca a letto ingessato se lo ricordava bene, a letto dopo l’ultimo incidente, in due mesi ingrassato di otto chili, solo heineken e cannoli siciliani che gli portava Veronica dalla pasticceria sotto casa, mai stata così contenta come in quel periodo, Veronica, cresciuta leggendo giornalini pornografici lasciati dai colleghi di sua madre nei cassetti della scrivania, Veronica, che una sera sussurrava a Luca, sussurrava mica tanto visto che aveva sentivo pure lui, “lo voglio adesso, andiamo a casa, dai, lo voglio come prima” e intanto schioccava la lingua. Non l’aveva vista mai così contenta di averlo tutto per sé Luca, alla sua mercé, cannoli e pompini, probabilmente, visto che lui era ingessato fino alla vita con un gomito piegato, quasi che dovesse tenere in mano la bandiera. Aveva lasciato Lara ai suoi caffè rimpiangendo le occasioni sciupate, e ora ripensava ancora al Luca, alla bella vacanza a Berlino, una vacanza meravigliosa, cinque giorni ubriachi sulle strade d’Europa, la macchina nuova, Luca che guida senza patente, la musica sempre accesa, il pieno di benzina fatto in zona franca, a Livigno, un pezzo di bresaola, una bottiglia di Smirnoff blu, senza coltello per la bresaola, a viaggiare per la pianura tedesca come stare in mezzo a un mare di campagne, a perdita d’occhio campagne, neanche le case, neanche una vacca al pascolo. Guarda, la vede ancora la sua auto color argento, targa Cremona, acquistata due settimane prima usata, e via ecco Berlino, anzi prima fermata a Monaco, la birra, d’altronde. Cos’era rimasto di Berlino? Lui e Luca ormai due estranei, s’incontrassero per strada, se uno dei due non si girasse a guardare l’orologio avrebbero solo da fare a pugni. Quell’estate però.
Sì, la vede ancora la Volvo, parcheggiata sul ghiaione fuori Bormio. Dopo aver fatto il pieno di whisky sour al bar, c’era Manuela (meravigliosa) e Christian, Christian che ora vive in Australia, e si fa sentire solo per raccontargli che si è scopato la cameriera del suo ristorante mentre sua moglie è al nono mese, Christian che ha scoperto la droga solo dopo il Braulio (ed è almeno qualcosa di cui andava fiero), che si preoccupava di sua sorella e di sua madre separata, che lo lasciava solo, pieno di fiducia, con la sua ragazza. Christian, che aveva conosciuto quella maledetta estate dopo che Mara lo aveva lasciato, - sai la Grecia ha un mare troppo blu, qui è tutto troppo luminoso, sai, non so, da quando sono partita il mondo è stato diverso - diceva al telefono dopo aver dimenticato il giorno del suo compleanno. E lui che la rincorreva telefonando nei camping di chissà quale maledetta isola greca, - non c’è la signorina, non l’abbiamo rintracciata, vuole lasciare un messaggio? - sai, diceva, io non lo so, non lo so più se ti amo, non sono più sicura, il mare in Grecia è troppo blu, il mondo ha colori troppo forti, da quando son partita è cambiato tutto. E aveva ragione.
Pensò, - di nuovo.
- tentami
- tentami, dai
- per l’eterogenesi.
Cosa diavolo sarà mai!

Dal fondo torbato delle storie
con lenti movimenti delle estremità
con un borbottio di umori ribollenti
Sale lentamente, dal fondo delle storie
germogliando tra le mie dita.
Dal brodo coagulato dall’esperienza
dalla sugna grumosa dei peccati e dell’inquietudine
a poco a poco
a lenti passi
cresce come un languore antico
come ricordi saporiti di terrore.

Febbri putride.
Come miasmi soffocanti
bave d’aria febbricitante
covate nel tepore dell’angoscia
come aria fermentata
come vizi nell’aria
come invertebrati ripugnanti
frolle come carne piagata
matura per sfaldarsi
fragrante, speziata, cosparsa di balsamo
e infine
sotterrata.


Guardava il mare imperlato di luccichii risucchiati dal buio e un’emozione rabbiosa gli increspò la fronte. Allo specchio nero di Sabrina aveva ancora una volta vista riflessa la sua immagine. Si trovava in attesa ora seduto all’incrocio di due insature illusioni. Chi era mai lei? Circondata da una torma di cavalieri ballerine giocolieri, al centro del suo mandala ombroso nella rete fitta di languori e benevolenze, tessuta annodata raggomitolata nella semplicità di una domanda d’amore.
In tralice il barista gli dette un’occhiata sollevando la testa. Il ragazzo lo osservò, il barista sorrise. Un whisky sour, per favore.
Qualcuno arriverà.


Federico M.T.