Lo scoop


La riviera francese scintillava nella calura pomeridiana, lei era adagiata su un’amaca accanto alla piscina dell’albergo e si sforzava di raccogliere energie per spostarsi all’ombra, o per tuffarsi nell’acqua fresca invitante.
La vacanza che stava trascorrendo era davvero chic, era sola e quindi nulla poteva turbarla: il lavoro per il giornale di Milano aveva assunto dei ritmi frenetici, ultimamente, e le era davvero necessario un po’ di riposo per ricaricare le pile.
Proprio mentre ci pensava arrivò il cameriere con un telefono in un vassoio…
- Qualcuno la cerca, mademoiselle.
- Per me? Ne è sicuro? - domandò lei alzandosi, gesto che richiamò l’attenzione dei due uomini seduti al bancone del bar…
- Sicurissimo, Signorina Dejour - replicò il cameriere porgendole il cordless, che lei dopo aver ringraziato prese ansiosa.
- Ciao Sabrina, sono Maurizio, ci sono novità per te - annunciò allegramente il direttore del giornale.
- La tua chiamata è giustificabile solo se il primo ministro è scappato con una ballerina! - disse lei, incattivita per quella interruzione alla sua fin troppo meritata vacanza.
- Su su, Sabrina, scommetto che ti stai annoiando e che non vedi l’ora di tornare in azione, anche perché ho una bomba in esclusiva, uno scoop. Sarà come una missione segreta, tra l’altro in una zona del globo ancora più affascinante della Francia, mia cara. Devi partire per l’altro capo del mondo: hanno aperto un bar.
Sabrina scoppiò a ridere e subito pensò ad uno scherzo piuttosto che ad un politicante che ritiratosi in dignitoso silenzio preparava cocktail per sé e per la sua famiglia, oppure al figlio di un ricco imprenditore scappato con bionda al seguito in qualche posto dimenticato da leggi di qualsivoglia natura.
- Un bar?
- Si - rispose il direttore, - un bellissimo e sperdutissimo bar tra le onde dell’Atlantico.

Atterrò direttamente vicino alla costa su di un Piper acquatico noleggiato appositamente per lei e che la terrorizzava solo a guardarlo, figuriamoci sedercisi sopra! Durante le 2 ore di volo tra flutti, nuvole e pilota un po’ pazzo pensava che la sua paura di volare non aveva mai avuto modo migliore di esprimersi come in quelle ultime 12 ore di viaggio.
Aveva trovato deprimente seguire il film proiettato nel piccolo schermo con quel Richard Gere in versione portoghese, così per l’occasione si documentò molto riguardo la sua meta mentre era ancora sul Boeing 747. La prima classe l’aveva messa un po’ più a suo agio insieme ad uno squisito Armagnac del ‘72 (grande annata) sedando la tensione e l’irritazione dovuta al suo ultimo assurdo incarico. Saperne di più su di un bar e dei suoi affascinanti habitué… mah… una civile come lei in mezzo agli indigeni…

Gli stessi che la stavano aiutando a scaricare il set completo di Vuitton, beauty-case e borse a spalla su di una pagodina biposto che l’avrebbe condotta a riva.
- Qui finisco in mare - si disse, accorgendosi del ragazzino che la stava guardando dalla spiaggia.
- Sei magro - pensò, - saranno cento giorni che non mangi… forse 200 dollari ti convinceranno ad essere gentile con me. Si diresse verso di lui nel suo vestitino da città, lasciando a terra le valigie e ripetendosi tra sé e sé: w la France!
- Tornerò prestissimo mia cara, il tempo di rendermi conto di essere finita all’inferno.
Il ragazzino non ricambiò il suo sorriso ma le baciò la mano che lei aveva allungato, la strinse, corse dietro di lei e prese tutte le valigie che poté, dicendo: - vai all’Imperial, signora?
- Conosci la mia lingua? - disse Sabrina, commossa e felice dell’incontro con quel ragazzino dolce e bellissimo.
- Conosco tutto dell’Italia, rispose lui timido, dandole il profilo ed incamminandosi verso una baracca adibita a ufficio persone in crisi.
- Come ti chiami ? - chiese lei
- Juan - rispose.
- Molto lieta… io sono Sabrina.

La hall dove Juan la stava aspettando era grande e silenziosa, ma ricca di luci e vegetazione, il bancone del bar vuoto ma pulitissimo e brillante
- Cosa cerchi qui, Signora? - chiese Juan sedendosi con lei sicuro e abbronzato ed ammiccando un sorriso che non era adatto a lui e che sicuramente aveva imparato osservando qualcuno, forse un attore…
- Ma avranno la televisione qui? - si chiese Sabrina ordinando due Campari Orange al cameriere, nonostante fosse a digiuno da ore e nonostante il calore esterno.
- Se te lo dico mi prometti che lo terrai per te? Sto cercando un bar… un bar sperduto su una specie di isola incontaminata, riservato a pochi eletti. Devo scrivere di questo per il mio giornale, del posto della gente e della vita di qui.. mi daranno molti, moltissimi soldi per l’articolo.
Juan la guardò per interminabili minuti, scrutando il vestitino leggero, la sua french cure, i capelli vaporosi e profumati di shampoo, e si chiese se lei fosse sempre cosi’... se nulla mai potesse rovinarla, farla sciupare, farla sembrare umana. Si chiese se mai una giornata vissuta potesse essere indovinata dal suo aspetto, e questo pensiero suscitò in lui il desiderio di aiutarla… ma aiutarla davvero.
- Si, Sabrina. Lo conosco. Si chiama Palom Bar. É molto lontano da qui, ma il viaggio vale la pena, questo te l’assicuro io. Vieni con me.
Presero un taxi, poi un autobus, poi rubarono una bicicletta, arrivarono al porto e da lì si imbarcarono su un piccolo scafo malconcio che li condusse nel giro di qualche ora sulla spiaggia dell’isolotto dove sorgeva il bar. Era quasi il tramonto e davanti a loro si stagliava il blu del cielo terso, dei gabbiani e dell’atlantico. La sabbia era meravigliosamente fresca e lei decise di togliersi le Gucci nuove di zecca, tenendole per i laccetti con una mano, mentre con l’altra prese la mano di Juan, inspiegabilmente eccitatissimo e si diressero finalmente, verso le luci e la musica di quel fantomatico posto, appoggiandosi l’uno all’altra per due motivi: erano entrambi ubriachi di Campari tracannato a digiuno e dell’atmosfera di quel posto.

- Bene - disse lei a voce troppo alta - eccoci qua! Allora, vuoi entrare con me? - chiese a Juan che fissava concentratissimo con occhi a fessura in direzione dell’ingresso.
Si accorse che stava stringendole la mano con troppa forza, sempre più, fino a farle esclamare: - ahia! Ma che ti prende?
Lui non rispose e continuò ad ammirare come ipnotizzato la figura alla finestra e così anche Sabrina si accorse di quell’uomo.
Era vestito di lino bianco, gli occhi puntati verso il mare, le mani in tasca e un’aria romantica. Era lui il mito di Juan, capì Sabrina. L’uomo che il ragazzo spesso imitava. Il suo modello, il tesoro del luogo. Lui che sapeva tutto, che aveva conosciuto il mare, la gente, che colorava ogni cosa, anche la vita. Lui che parlava dolcemente, che sorrideva sempre, che aveva guardato una sola volta Juan, uno sguardo che gli bastò a trasformarsi nel suo mito.
Juan voleva crescere in fretta, per assomigliare a lui.

Sabrina pensò che non era stata una bella cosa bere quel Campari, infatti le girava la testa. - Forse hanno qualche salatino, all’interno - pensò dubbiosa, e si incamminò traballante sulla passerella in legno, guardando fisso l’uomo in lino che stava ancora alla finestra, accorgendosi che aveva labbra rosse e carnose, la pelle scura, gli occhi tenebrosi. - Vabbé, il solito bel fusto che spilla birre - si disse, mentre lo vedeva uscire dal locale per avvicinarsi al pianoforte all’esterno.

Iniziò a suonare mentre loro ormai erano prossimi a raggiungerlo ma alla prima nota lei si bloccò. Iniziava a sentire il peso dei suoi oggetti e dei suoi desideri, della sua vita lontana da lì. Il Rolex le stringeva il polso, il pizzo del suo intimo le faceva sospirare un costumino atlantico, il vocabolario dentro la sua borsetta divenne improvvisamente inutile. Lì si parlava una sola lingua, e non era la sua, non lo era più da tantissimo tempo ormai.
Si allontanò da quel posto inosservata, mano nella mano al suo piccolo indio pescatore, imitatore di fascini inimitabili. Si separò a malincuore da quella atmosfera d’incanto, di vita frizzante, di gente pacifica, di drink all’aperto, di frutta e di amore, di colore infinito, e si diresse verso la strada lontana sotto lo sguardo compiaciuto di uno Juan un po’ più cresciuto, per averla aiutata a capire: quel posto era il paradiso. Così doveva restare e non sarebbe stata una Dejour a trasformarlo in evento mondano dell’anno, qualcosa di cui parlare in salottini bene di un’Europa sacrificata in un periodo di noia e torpore.
Il giorno dopo era sveglia di prima mattina, ancora digiuna ma sazia di quel gesto che forse le sarebbe valso il posto ma che le dava l’energia per guardarsi bella e fiera di sé come doveva e voleva essere.
Lì nel suo completo nuovo di lino bianco costato quasi 200 dollari, il bellissimo futuro ometto, Juan il pescatore, la salutava dalla riva guardando il Piper alzarsi in volo.
- Del resto è da quando ho 18 anni che giro per il mondo… posso sempre tornare. Magari una o due volte - si disse.


Sabrina De Jour