Sbattendo la porta per una volta senza pensare, mi aspettavo che il terrore mi avrebbe colta prima o poi, facendomi sentire per l’ennesima volta quell’imbecille che prende decisioni affrettate, o comunque che decide di mettere in pratica i propri propositi quasi all’improvviso.
Mi ero aspettata chissà cosa da questo viaggio. Forse un nuovo amore, una passione, una vita che non ho mai fatto e che spesso ho sognato, grandi serate in compagnia a ridere e scherzare, qualcosa di speciale insomma. Qualcosa da sbattere in faccia al mio ritorno come quella porta alla mia partenza. In faccia a chi mi aveva guardata male mentre me ne andavo.
Niente. Da cinque giorni ero su quell’isola spuntata tra mille proposte a buon prezzo. Insomma, dopo quelle ore interminabili di ansia sull’aereo, credevo di meritarmi di più. Cinque giorni. Nessun nuovo amore, nessuna passione, nessuna vita sognata… serate sì, ma mica grandi… e poi… ma quale diavolo di compagnia? Delusa, sola e solitaria (conditio sine qua non alla mia autocommiserazione in perfetta salute e soddisfattissima della vacanza) mi costringevo a passeggiare per quelle strade di terra gialla, tra le casupole orgogliose della loro mediocrità e le coraggiose capanne sulla spiaggia. Estromettendo a forza un sorriso serafico di donna sicura di sé che si stava divertendo un sacco, e senza bisogno di qualcuno cui appoggiarsi. Sì, dovevo dare l’idea di quella indipendente. Sì… più che altro quell’idea dovevo darla innanzitutto a me stessa.
Una gran fatica, insomma, quei primi giorni. Con una nota di malinconia mista a tristezza e delusione, deviavo quasi subito dalla strada sterrata per passeggiare sulla spiaggia, lentamente, con leggerezza, cercando di mettere a tacere le paure, per far affiorare le emozioni più vere, sintonizzandomi sulla frequenza delle onde sulla battigia, delle voci dei pescatori, degli uccelli sempre sicuri di sé. Scrutavo ogni granello di sabbia alla ricerca di chissà cosa, raccoglievo conchiglie spezzate che avrei portato in camera come trofei della mia indipendenza, mi fermavo a scogli caldi che immaginavo bastioni di passioni notturne… mai mie… dannazione. Finivo sempre lì. Cercavo, sì, me stessa, ma non trovavo nessun altro. Ormai rinuncia era fatta. Animo in pace.
Godermi la natura di questo posto, sfidare la luna a duelli di luce ed espressioni disegnate, ridere coi vecchietti sdentati seduti su sedie zoppe fuori dai bar, vergognarmi come una stupida cercando di farmi capire per comprare qualcosa da mangiare, questo avrei fatto nei prossimi dieci giorni. E guai a chi avrebbe tentato di rovinarmi i piani. Ero pronta a difendere la mia vacanza-di-una-vita con le unghie e con i denti. A patto che nessuno mi facesse il solletico mandandomi via ogni forza. Ma questa è un’altra storia.
La sera dal sesto giorno, armata fino ai denti del mio vestito di lino color avana, al tramonto stavo già gettando il guanto della sfida a quella luna piena maledettamente luminosa. Avevo poche speranze, in tutta onestà, ma era quello che avevo detto che avrei fatto. Se c’è una cosa di me che chi mi conosce sa bene è che quando dico una cosa, presto o tardi, la faccio.
Contro di me, alleato alla faccia tonda in cielo, ci si stava mettendo anche l’Oceano. Quella sera doveva aver fiutato l’aria della battaglia, e si stava scaldando i muscoli, deridendomi con la sua spuma rigonfia, e gettandomi in faccia ogni tanto qualche schizzo di sale. Lo odiavo. Odiavo lui e la sua amica. Dannati! Ma io stavo lì, imperterrita, piedi nell’acqua, passeggiando sul bagnasciuga e tirando calci di stizza. Alla fine ho iniziato a ridere di me stessa. Non sapevo neanche dove fossi arrivata, concentrata com’ero negli schemi del mio attacco. Se non altro quella furba d’una luna piena, più intelligente di me, mi consentiva di vedere qualche capanna tra la vegetazione.
Il canto di guerra sbeffeggiante dell’oceano copriva delle voci. Qualche risata. Delle note di pura malinconica saudade. Quello l’avevo capito. Mi giravo da tutte le parti, e non vedevo da dove potesse venire quell’assaggio di vita. Solo avvicinandomi agli scogli sono riuscita a vedere una luce soffusa, gialla, mista al legno dell’interno… una finestra… una sagoma, forse… sì… un uomo, mi pareva… vestito di lino bianco… cavolo… alla luce della luna faceva il suo effetto…
Teneva le mani in tasca, e guardava fuori come cercando chissà cosa. Come se là fuori potesse trovare il filo del gomitolo tanto aggrovigliato che aveva dentro. Forse era solo assorto. Io intanto mi ero seduta sullo scoglio. E lo guardavo. Chissà se mi vedeva. Chissà se i suoi occhi cercavano il proprio riflesso sul vetro ed un senso dietro di essi. Le voci all’interno, la musica, i bicchieri sbattuti sul bancone, le bottiglie finite e rotte. Niente sembrava turbare il suo essere altrove. Sarà per quello che non riuscivo a smettere di guardarlo, nonostante i capelli che il vento mi portava spietatamente sugli occhi. Sarà per quello che alla fine anche lui mi vide…
Non sapevo che lui fosse Neplan, che quello fosse il suo Palom Bar (ehm, suo e di Nessuno), non sapevo che nei giorni successivi il latte di cocco avrebbe segnato l’inizio di tutto, che l’odore di legno, di liquori, di spezie, di tabacco e di mare che si avvolgevano in quel luogo di penombra sarebbero diventati per me come le lenzuola fresche di bucato appena messe. Non sapevo molte cose, quel sesto giorno della mia vacanza-di-una-vita. Intravedevo, però, che da quella sera con quella luna avrei avuto una chance in più di vincere assolutamente qualcosa. Fin dalle stole carminio pennellate dal tramonto.
AnnaSal

