Quebrada


La notte che sognai il pappagallo era una notte qualsiasi. Era al braccio della mia amica Nil, ed avevano tutti e due un'aria tra lo spaventato e il perplesso. Il pappagallo, appollaiato ad un braccio così sottile, sembrava preoccupato dall'eventualità di non aver molto da stringere per tenersi in equilibrio, e Nil aveva paura probabilmente, di vedersi infilare nella carne quelle unghie dall'aspetto così affilato. Entrambi mi guardavano con un'aria che sembrava dire: fai qualcosa, e soprattutto falla ora, subito!
E così, mi ero avvicinata al pappagallo, avevo porto la spalla, domandandomi se fosse la cosa giusta, se si facesse così, lui ci si era arrampicato sopra e...
E no, non vissero tutti felici e contenti.
Mi ero svegliata con ancora le immagini dell'ara nella testa. Nitide come se le avessi toccate, i colori delle piume, la forma. E tutte le sfumature di quel pazzesco colore.
Gli occhi scuri, grandi che fissati nei miei, sembravano dire: sei arrivata, finalmente. Io, sono qui per te.
Neanche il trascorrere delle giornate, uguali le une alle altre, tra incontri di lavoro, presentazioni, chiacchiere inutili e vuote mi aveva impedito di tornarci ogni tanto, con la mente.
All'ennesima inaugurazione, con il solito assalto ai forni delle vecchie al buffet, e il solito qualcuno che pensa di far l'originale indossando un papillon improbabile, mi era tornato in mente il pappagallo.
Mi ero allontanata da sola verso un piccolo chiostro su cui affacciava la galleria, e appoggiata al basamento della colonna con l'eterna sigaretta in una mano ed un bicchiere di un vinaccio qualunque nell'altra, riflettevo.
Pensavo alle piume del cacatoa o dell'ara o chissà che genere di pappagallo fosse... ai suoi colori, quell'incredibile arancio scuro, che sfumava più chiaro, con mille iridescenze, fino quasi al rosa. Il suo sguardo vivo me lo potevo quasi sentire addosso. Paragonati a lui, quel grigiore, quella finta vivacità, quel vuoto rincorrere il niente che mi circondavano, erano nauseanti.


è come se la gente non sapesse
da che parte va la vita
perché tanta solitudine
non è il dolore a farmi tristezza
ma non avere via d'uscita
dalla paura d'amare


Non pensavo di averla. La paura, dico. Pensavo di essere al riparo, che non fosse per me, tutt'al più che fosse una cosa da uomini la paura d'amare...
Ok, non ne volevo parlare, non ci volevo pensare.
La verità è che non ci riesco a parlarne, a ripensare a questa storia che fa male
Va bene, sputo il rospo. Lo amavo. Ero innamorata come una bambina, come una donna.
Se riguardo le mie foto, vedo gli occhi luminosi, ed un sorriso che non avevo avuto mai.
Chi è quella che vedo ora nello specchio? Quand'è che è diventata così?
Se amare è ciò che si fa, io li avevo i fatti, potevo andare a dormire con la coscienza scintillante di nitore: io avevo amato, io.
Così certa dei miei aforismi, così sicura riguardassero sempre solo gli altri, mai me.


Andato, l'amore è perduto
ed ero così distratto
che non mi ha nemmeno avvertito
andato, l'amore è andato, muto
così disperato
che mi ha ferito


Credevo di aver risolto, di aver esaurito l'argomento, di aver tutto disaminato, detto. Rifugiata nella mia razionale, quieta risoluzione dei problemi pratici, tutto il resto lo avevo schivato.
In fondo, cosa c'è di tanto speciale in una storia che finisce? che fosse la mia?
E poi, perché ripensarci...
Poi era arrivato lui... E ci ero cascata di nuovo, come se le mie antenne da rabdomante mi orientassero solo verso lo stesso genere di uomo, per trovare lui: intelligentissimo, tormentato, poetico e... sfuggente.
Dio che insopportabile cliché... Eppure, ci avevo creduto - o forse ci credevo ancora.
E chi lo sa, magari per lui ero stata niente di più che una qualunque, un po' di sesso...


Pensieri, sensazioni ritrovate tutte in quella canzone che raccontava la paura d'amare. Ritrovate, con le mie contraddizioni: ero stata, anzi forse sono ancora come quel quadro: cappuccetto rosso che consola il lupo.
Come se amarlo, ne trasformasse la natura, mentre l'unica cosa che potrebbe modificarla, è che il lupo si decidesse ad amare...


Non sono mai stata il tipo che fa i viaggi per dimenticare, che s'imbarca e parte: ho corso tanti di quei rischi non richiesti, che non vado a cercarmene altri. Ma questa volta, mi meritavo un regalo, uno vero. Uno di quei viaggi che avevo sempre solo sognato e fatto mai, quelli in cui si parte, si va verso la destinazione che si è scelta e poi, si comincia a vivere, ad andare dove il viaggio porta.
Era bastato un vernissage, qualche canzone e troppa tristezza accumulata, troppa da trasformarsi in dolore, in confusione e inerzia.
In fondo, si fa di partire, di fare un viaggio, di cambiare qualcosa quando finisce un amore; l'ennesimo amore, quello vero.


Il Palom-Bar l'avevo trovato su internet, seguendo una canzone, avevo trovato il bar virtuale, poi avevo scoperto che il bar era anche reale, esisteva davvero e che c'erano, poco distanti, delle camere che potevano essere affittate.
Li avevo poi conosciuti quei ragazzi, quegli uomini che avevano realizzato il loro sogno.
Avevamo fatto amicizia, nelle mail che ci eravamo scritti, contatti affettuosi e brevi, come si fa sul web, che ci si comunica l'anima più facilmente del numero di telefono...
Vieni, mi avevano detto, vieni e resti quanto vuoi; se ti va ci dai una mano, altrimenti fai le tue cose, come preferisci.
Non mi sembrava vero che qualcuno potesse desiderare di accogliere me e le mie storie troppo pesanti.
E mi era bastato per partire. Era bastato.


Ora ero a Crisopoli, in un locale, una specie di sala di ballo vicino al porto: avevo incontrato lì il proprietario della barchetta che mi avrebbe portata a Ilha Quebrada.
Un salon, atmosfera fumosa, grazie a dio da qualche parte, esiste ancora fumo nell'aria dei locali, quella nebbia che addolcisce contorni troppo affilati...
Donne truccate, vestite da sera poveramente, paillettes; i piedi, imprigionati nei tacchi altissimi, forse hanno più consuetudine con la consistenza della polvere della strada... femmine ancora, penso.
Ballano ad occhi chiusi, ballano poggiando la fronte sul mento del loro cavaliere, o sulla gola, chiudono gli occhi, si lasciano portare... Non avevo mai permesso a nessuno di farlo con me, non sapevo nemmeno da dove cominciare a fidarmi di qualcuno, anche solo per il tempo breve di una danza...
La musica suona, ed io mi chiedo dove siano i violini. Mi chiedo dove siano i miei sforzi.
I miei sogni.
Perchè son diventati così difficili da scovare, da sognare...


è come se la gente intuisse
quello che l'amore non dice
il dolore detto adesso
e resta nell'aria un odore
la paura di rimanere
col cuore ancora più vuoto


L'amore è come una bicicletta, un cavallo: quando cadi, devi risalire subito, fare un altro giro, anche corto, altrimenti corri il rischio di non poter cavalcare mai più.
Era questo che mi diceva l'anziano uomo, seduti al tavolino del salon, dopo avermi ascoltata.
Ma cosa dice? Cosa ho, una disperazione così pronunciata da leggermela negli occhi?
- Velho, sono anni oramai...
è quasi estate, sento arrivare il profumo, è qui... ed io non voglio l'inganno di altre illusioni.
- Menti, menina, menti a te stessa. è solo quello che cerchi e vorresti... vorresti il tuo grande amore, poterti appoggiare ogni tanto, un braccio intorno alla vita, una carezza sul viso, potersi fidare, contare su di lui, come non hai fatto mai.
- Non ho potuto farlo mai, velho... su di me sì, hanno contato tanti, tante. Ero l'adulta anzitempo, ero pronta, c'ero. Rimandavo me stessa, i miei sogni, pensavo che le urgenze degli altri, fossero più importanti.
Rimandavo i miei sogni, pensando di poterli conservare intatti.
Mi dicevo è giusto e sicuramente se avessi bisogno, lo farebbero per me. Lo faranno. Quanto sbagliavo - avevo risposto al vecchio - e avevo riso amaramente, una risata stonata, sbagliata.


Era stato in quel momento che avevo rivisto il pappagallo.
Improvvisamente ero lucida, sveglia. E il pappagallo mi guardava.
Somigliava moltissimo a quello del mio sogno, salvo che il piumaggio, anziché essere tutto delle stesse sfumature di quell'incredibile rosa- arancio scuro, a circa metà corpo, diventavi di altri straordinari colori verdi, blu....
Mi avvicinai per guardarlo meglio.
- Cuidado menina, che pizzica.
- Cosa?
- Isso e um macao, um papagaio muito mau - mi dice il vecchio - lui pizzica col becco, ma forte! Qualche giorno fa, a un homem che voleva portarselo via, ha quasi cavato un occhio! Vero, macao?
Il pappagallo ed io seguitavamo a guardarci, era di una bellezza incredibile, i colori luminosi, gli occhi che balenavano quando vi si rifletteva la luce. Io non potevo credere di sentire ancora nella mente quella frase: sei arrivata finalmente. Io sono qui per te.
Improvvisamente, con un rapido, piccolo battito delle grandi ali si alzò di poco per venirsi ad appollaiare sulla mia spalla.


Andato, l'amore è perduto
ed ero così distratto
che non mi ha neanche avvertito, neanche avvertito
è andato via, l'amore,
così disperato
da farmi male


- Menina, il pappagallo fa come gli pare, qui lo sanno. Se vuole venire con te per un po', lo farà e basta.
Tra la sorpresa mia, e la perplessità degli avventori che erano vicino a me, il velho aveva così vaticinato.
E io che ci faccio con un pappagallo? Non ne so assolutamente niente!
Cosa ci faccio qui, con un pappagallo che mi accompagna, su questa barchetta, il Colombre? Giusto, fragile come un vecchio colombo, che annaspa per arrivare a posarsi.
Mentre la barca tossisce verso Ilha Quebrada, guardo l'assurdo colore del mare, calypso lo chiamano qui, un nome di ninfa per un colore indescrivibile.
La barca balla un po' tagliando le onde e mi chiedo cosa sto facendo qui, su questo barchino che mi ricorda Evinrude, l'improbabile zanzara-fuoribordo di un cartone animato.
Sono qui, che annaspo anche io, col cuore roco.
Li avevo poi conosciuti quei ragazzi, quegli uomini che avevano realizzato il loro sogno.
Due meraviglie, belli da non crederci. Kalos kai agatòs si dice, be' è proprio vero. Ci ripensavo mentre il Colombre-Evinrude si avvicinava all'isola, ripensavo...


Sbarcare, salutare... come vecchi amici che conosci da tanto, a cui vuoi bene, che sono casa.


Mi risveglio da una specie di sbronza, uno strano liquore che mi hanno offerto, dicendomi di godermelo, perché stava per finire.
Lo preparava la cuoca che prima stava qui. Se ne era andata qualche tempo fa, prima dei casini col governatore, prima che Nessuno le suonasse di santa ragione a Neplan, per una storia di femmine e governatori, prima che io arrivassi.
Non so cosa ci fosse dentro, so che per una volta nella vita, ieri sera invece di parlare come avrei forse voluto, invece di sfogarmi, raccontare la mia storia, ero stata zitta.
Lacrime scendevano lentamente dai miei occhi, non stavo piangendo, nessun singhiozzo, niente tirar su col naso. Era come un fiume di lacrime, lo stesso fiume che una volta avevano detto di avermi visto negli occhi, quello che scorreva via.
Aveva sfondato qualche diga messa da qualche parte tanti anni fa ed ora andava libero.
I due ragazzi mi guardavano perplessi: stai bene? Annuii, sorridendo un po' per tranquillizzarli. Sei sicura?
Sì, sono sicura, pensai tra me.
Mi sta solo scorrendo via una storia dagli occhi, sta andando via, sta andando al mare.
Erano rimasti seduti accanto a me, così, senza dire niente, semplicemente ad esserci. Fino a che non mi ero addormentata.
Ecco, ora mi ricordo. E mentre mi alzo per andare a fare pipì nel mare, penso che non sono mai stata così bene, che non mi sono mai sentita così luminosa, fatta di luce e che ho gli occhi più aperti, che sono di luce pure quelli.


Chi lo sa per quali strane vie riusciamo a buttarci il passato dietro le spalle, chi lo sa che giri infiniti deve fare dentro la nostra memoria, prima che riusciamo davvero a lasciarlo andare?
Ho deciso che resterò qui per un altro po'. Posso fare tutto quello che farei a casa, o in qualunque altro posto.
E poi credo che ora ci sia bisogno di qualcuno che cucini e, magari, che canti una canzone ogni tanto, no?
Perché, se questo è il posto dove hanno realizzato il loro sogno i due che lo hanno inventato, alcuni di quelli che ci sono passati e di quelli che sono rimasti, potrà anche essere il luogo dove ricominciare a realizzare il mio.
E credo che le cose belle della vita, o la felicità, o il mio chiunque tu sia Amore, e tutto quello che ho inseguito in lungo e in largo per tutta la vita, possano fare sicuramente lo sforzo di venirmi a cercare loro, per questa volta, anche fin quaggiù.



Anacreontica